LA STRAGE DI NASSIRIYA
«Sono stato nella base prima del massacro»
13 novembre 2003
di Luigi Tornari (La Stampa)
NASSIRIYA Ci eravamo dati appuntamento per bere insieme un Daiquiri a metà di dicembre, quando sarebbe ritornato dalla missione in Iraq. L'antica Mesopotamia non concedeva pause di relax. Massimo Ficuciello era un riservista, lavorava nell'ufficio cambi milanese di una banca. «Sono un po’ stanco dei numeri. Mi prendo una pausa e vado in Iraq. Poi deciderò», mi aveva detto poco prima di partire per Nassiriya, un mese fa. Novanta giorni di ferma volontaria. Gli avevo chiesto di aiutarmi per trovare il modo più rapido per farmi arrivare in Iraq con un volo militare.
Dovevo realizzare dei reportage per Rtl 102.5. Mi ha organizzato il trasferimento
e, 15 giorni fa, sono arrivato in Iraq. «Servono persone che parlano
bene inglese e mi hanno chiamato». Figlio del generale Alberto Ficuciello,
Massimo si era laureato a Londra. A Nassiriya era inserito nello staff della
Pubblica Informazione, agli ordini del colonnello Gianfranco Scalas. Il tenente
Ficuciello, insieme con un'altra delle vittime dell'attentato, il maresciallo
Silvio Olla, per quattro giorni ha accompagnato me e altri colleghi nelle
varie basi del contingente italiano di stanza nel Sud dell'Iraq. Anche in
quella dell'attentato di ieri.
Dall'ufficio stampa interforze, nel campo di «White Horse» dove
alloggiano i soldati dell'esercito, poco fuori Nassiriya, nella polvere della
pianura desertificata da Saddam Hussein per sottomettere gli sciiti, si percorrono
sette chilometri a bordo di mezzi blindati. Poco prima di un ponte sull’Eufrate
si arriva alla base «Maestrale», la sede del comando dei carabinieri
di stanza in Iraq. La stessa strada che ieri, come ogni giorno, Olla, Ficuciello
e gli ufficiali dell'ufficio Pubblica Informazione percorrono. I contatti
tra le forze armate in Iraq sono quotidiani. La base ha una superficie pari
a quella di un campo da calcio. Una sbarra bianca e rossa, una garrita verde
avvolta nel filo spinato e un mezzo blindato costituiscono l'ingresso. Oltre,
una strada lunga una ventina di metri. Ai lati una decina di barriere di cemento
occupano, sfalsate, il percorso di accesso.
Il «compound» si snoda sulla destra. Subito una palazzina di mattoni, quella sventrata dall'esplosione. C'erano alcuni uffici e la zona ricreazione. Nel cortile una trentina di mezzi militari blu. Sulle portiere la scritta «carabinieri», in italiano e in arabo. Più in là un'altra costruzione, a due piani, verde e beige. Un'inferriata, sormontata da filo spinato, separa la caserma dalla riva destra dell’Eufrate. Dal cortile si vede un ponte, seminascosto dai container vuoti utilizzati per trasportare il materiale del Genio. Questa zona non è stata toccata dalla deflagrazione. Più in là ancora, gli alloggi delle truppe. Da una parte le tende gonfiabili con le brandine e gli armadi da campo arrivati quest'estate. Dall'altra alcuni alloggi prefabbricati, ancora in fase di allestimento. Piccole camere nelle quali dormiranno gli ufficiali.
La vita si svolge con ordine ma è molto intensa. «Non abbiamo
la libera uscita, quindi siamo sempre concentrati sul nostro lavoro - racconta
un maresciallo -. Sono quattro mesi faticosi ma gratificanti. Aiutiamo una
popolazione a rinascere e questo mi basta». Il tenente colonnello Gino
Micale, comandante del reggimento «Msu» («Multinational
specialized unity») ci riceve in un ufficio spazioso. Un tavolo da riunioni
ovale, cartine alle pareti e un frigorifero bianco. «Il nostro rapporto
con la popolazione locale è ottimo - dice -. E' una delle prerogative
dell'Arma quella di avere dei contatti a misura d'uomo con i cittadini. Accade
in Italia e qui è lo stesso. Siamo carabinieri. Stiamo addestrando
la polizia irachena. E' uno dei nostri compiti. La situazione è relativamente
tranquilla, ma il nostro stato d’allerta è massimo». Il
tenente colonnello Micale in Italia comanda il Nucleo della provincia di Napoli.
Offre un caffè italiano, orgoglioso del sapore ricreato a 4 mila chilometri
da casa. Anche la mensa della base dei carabinieri ha molto di italiano. Spaghetti
aglio e olio e arrosto ai funghi era il menù di mercoledì scorso,
rigorosamente mediterraneo. Il cibo arriva dall'Italia.
Una quarantina di tavoli rettangolari disposti su tre file, in un capannone
bianco. Sul fondo quello riservato al comandante del «ontingente, il
colonnello Georg Di Pauli. E' un paracadutista, dal fisico asciutto, con un
viso spigoloso. «Stiamo lavorando bene - dice -. Siamo professionisti,
abituati alle missioni all'estero. Molti di noi sono già stati in Kosovo
e Somalia. Le differenze? Ogni missione è diversa dall'altra».
Ritorno, quattro giorni dopo, a Nassiriya, dopo essere stato nel Nord dell'Iraq. Da Baghdad e Falluja le parole più lievi che raccolgo nei confronti degli americani, tra i funzionari dell'amministrazione civile e tra la popolazione, sono quelle di «invasori e colonizzatori». «E' legittimo attaccare i marines per difendere il proprio Paese - dice il segretario dell'amministrazione civile di Falluja, Ahsid Al Rashid -. Siamo come in Palestina e in Somalia». Prima di rientrare in Italia, chiedo a uno dei miei interlocutori a Nassiriya quando sarebbe toccato a lui tornare: «Sono i miei ultimi 15 giorni qui. Gli americani li chiamano i maledetti ultimi 15 giorni».
[…]
Anche di battute e di finte schermaglie come questa era fatta la giornata in prima linea del tenente Massimo Ficuciello. Come dimenticarlo? E come dimenticare il maresciallo della Sassari Silvio Olla (un altro dell'ormai inesistente staff del colonnello Scalas) che, per quanto silenzioso e perennemente concentrato sul proprio lavoro, si illuminava al solo sentir parlare del mare verde e blu che bagna l'isola di Sant'Antioco dove era nato 32 anni fa?
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