Mio fratello, soldato di pace

Parla la sorella del maresciallo Silvio Olla, ucciso con altre diciotto persone a Nassirya
«Vi racconto mio fratello, soldato che sognava la pace»
Diario familiare dalle missioni in Iraq, Albania, Kosovo e Malta

da L'Unione Sarda - 11/11/2004

di Giorgio Pisano

«I messaggini che ci mandava da Nassirya erano uguali a quelli che spediva dal Kosovo, dall'Albania, da Malta. Sempre rassicuranti, sempre attenti a tranquillizzare papà e mamma: io sto okay, così spero di voi. Mica raccontava delle tempeste di sabbia, di quella pioggia secca che ti entrava fin dentro i polmoni. Mica diceva della paura, delle notti di vento, delle pietre. Silvio, mio fratello, era la nostra felicità. «Adesso voi direte: ovvio che tu dica così, sei la sorella. Beh, non c'entra davvero. Chiedete tra gli amici che aveva a Sant'Antioco, tra i suoi compagni della Brigata Sassari: era fatto per farsi voler bene. Fidatevi di me, lo conosco come le mie tasche. Da bambina sono stata la sua vittima prediletta. Mi ha riempito di soprannomi e dispetti. Scherzare, sdrammatizzare era la sua fissa. Credo ne avesse bisogno. Siamo stati una bella compagnia, una quasi caserma: mia mamma Antonietta, mio padre (pensionato dell'Esercito), poi Francesco (che fa l'ufficiale), poi lui e, in coda, io, Rossella. Non ho cercato di indossare la divisa perché mi piace comandare, non avrei potuto fare il soldato. A dire la verità manco Silvio ci pensava. E' che qui, nel Sulcis, c'è poco da scialare con un diploma da ragioniere. Da queste parti il lavoro non si sceglie, se hai fortuna ti cade addosso.
«Silvio ha fatto la leva nei carabinieri ausiliari. Non è mai stato militarista ma è tornato entusiasta da quella esperienza. Credo sia servita a rafforzare una serie di valori che, come tutti i ragazzi della sua età, viveva e sentiva con molta leggerezza. Mi ricordo il giorno che è uscito dalla caserma di Viterbo: maresciallo Silvio Olla, comandante di plotone, quella nuova figura che sostituisce i tenenti d'una volta. Era fiero. Parlava poco ma io sapevo leggere la sua faccia: e quella volta era un inno di gioia.
«Altre volte l'ho visto triste. Meglio, ho capito che era triste perché lui, come al solito, stava muto per non mettere in crisi babbo e mamma. Era disoccupato, non voleva stare con le mani in mano ma il convento questo passava. Allora bruciava ore chiuso nella sua camera, davanti al computer o alla televisione. Sere intere, ad aspettare con pazienza che il temperamento gli restituisse energia. Ora che ci penso: gli bastava davvero poco per sentirsi contento, a posto. Giuro, non era invidioso. L'unico in Sardegna a non esserlo? Non lo so ma Silvio non lo era sul serio. L'ho messo alla prova molte volte. Dei successi degli altri, di qualche suo coetaneo che trovava una buona strada, riusciva al massimo a dire: sono contento per lui. Nient'altro, nemmeno una goccia di quel rancore che l'invidia distilla con sapienza, giorno dopo giorno, fino a farti morire di rabbia.
«Difetti? Non ne aveva e quindi ricomincerete con la solfa che sono la sorella e quindi eccetera eccetera. Il fatto è che Silvio non ne aveva proprio. Se preferite, diciamo pure che ne aveva, come tutti. Ma io non li vedevo e se proprio me li sbatteva in faccia, riuscivo ad amare anche i suoi difetti. Quando eravamo ragazzi mi sfottevano perché queste cose le andavo a dire in giro, mi dicevano che ero innamorata di mio fratello. E io, tra me e me, mi chiedevo: guardatelo, come si fa a non volergli bene? Sapeva raccontare, era straordinario nel riuscire a fare un romanzo di qualunque episodio, anche minimo. Ci ricamava sopra con un'allegria che nella nostra casa di via Gallura portava un'atmosfera, come potrei definirla?, di speranza, di freschezza. Riusciva a farsi venire il buon umore dopo aver visto un cartone animato oppure seccava tutti per rifare in famiglia uno spot che l'aveva divertito. Per questo lo piangiamo.
«Delle sue missioni parlava con toni bassi. Adorava i bambini e gli piaceva dirci di quelli che incontrava intorno ai campi dell'Esercito, di quelli che riuscivano a commuoverlo perché aspettavano ore e ore per ricevere una biro, un piccolo dono purché fosse. Niente sulla paura, anche se so bene che - come tutti gli altri - ci ha dovuto convivere. So, perché me l'hanno riferito, della prima volta che è andato in giro per Nassirya. Con lui c'era il suo capo, il colonnello Gianfranco Scalas, e due commilitoni, Mereu e Ficuciello. Strada principale in una città di duecentomila abitanti, ressa, un mare di gente. Occhi dappertutto perché in mezzo a chi ti sorrideva poteva nascondersi un cecchino. Ficuciello, che aveva la manìa dei foulards, si è allontanato, inghiottito tra le bancarelle. Per un attimo si è pensato al peggio, a una trappola. Fino a quando quello non è riapparso in mezzo alla folla, felice: non era il giorno giusto per morire.
«Da Nassirya noi ricevevamo e-mail alla camomilla, mai che ci rivelasse una seccatura un disagio. So che Silvio dormiva accanto alla scorta del generale e proprio di fronte a una piccola palestra che era il suo sfogo quotidiano. Voleva mantenersi in forma, conservarsi al meglio per quando sarebbe tornato a Sant'Antioco e avrebbe aggiunto un'altra tacca per arrivare al suo sogno: comprarsi una barca. Adorava andare a pesca, era tifosissimo del Cagliari, eccessivo e travolgente come può esserlo un giovane di trentadue anni incapace di vedere la vita in grigio.
«Non era militarista, non lo è mai stato. Le missioni all'estero erano servite ad arricchirlo e a rafforzare le sue convinzioni. Dico, con tutta onestà, che si è arruolato perché non trovava lavoro ma con altrettanta onestà debbo aggiungere che credeva in quello che faceva. Non è andato in Iraq, in Kosovo o in Albania per denaro, non sarebbe stato capace di tenere addosso la divisa senza crederci. Dopo la prima partenza, ha finito per preferire le uscite all'estero per mille ragioni: gli permettevano di conoscere luoghi e persone che forse non avrebbe mai visto, di annoiarsi decisamente meno che in un reggimento, di sentirsi utile. Un giorno me l'ha detto chiaro chiaro: Io credo in quello che faccio. E badate che Silvio non amava l'enfasi, tanto meno gli squilli di tromba.
«Aveva un potere: rendere allegri gli altri. Con gli amici era una cosa sola. Una volta m'ha confessato che non avrebbe mai più passato il Natale fuori di casa. Troppo triste, Rossella, troppo triste. Gli serviva la famiglia, la compagnia, la sua gente. Non mi risulta abbia mai litigato con qualcuno dei compagni. So che era disponibile ma anche di poche parole. Preferiva, ne sono sicura, stare da solo ogni tanto. Malinconico? Può darsi. Qualche volta, immaginando titoloni e tivù, telefonava per rasserenarci: badate che diranno questo e quello ma le cose non stanno affatto così, qui è tutto tranquillo. Lo sapete che i giornalisti esagerano.
«Non abbiamo mai parlato di politica ma posso assicurare che non si è mai sentito un avversario, un nemico, soldato di un Paese occupante. Per esempio, non mi ha mai raccontano che quando uscivano in pattuglia capitava di trovarsi sotto un lancio di pietre. Voleva evitare che dessimo un giudizio sommario e sbagliato sul popolo che era andato ad aiutare. Era fatto così, Silvio.
«Quel giorno non doveva essere lui ad accompagnare il regista italiano impegnato in uno speciale sull'Iraq. Doveva andarci il colonnello, poi all'ultimo minuto c'è stato un cambio di programma. Silvio e Ficuciello sono finiti a fare la scorta. Ficuciello l'hanno trovato col giubbetto antiproiettile di Scalas, glielo aveva dato all'ultimo secondo. «Ho un conforto, ieri e oggi. Non entro nel merito del dibattito sulla legittimità dell'intervento in Iraq però so con assoluta sicurezza che, qualunque fosse l'intento del governo italiano, mio fratello era lì come operatore di pace. Perché ci credeva e la cercava, la pace».

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